Ci aspettano tre giorni di buio pesto, di cielo nero petrolio, inutile fare incetta di torce e candele perché non serviranno. Dimenticate i computer, saranno i primi a finire fuori uso, nonostante Gesù abbia espressamente chiesto un sito Internet per divulgare il pensiero e la mail gesu.maria@alice.it lavori a pieno regime. Esplosioni solari diranno che il tempo è scaduto, le previsioni più tristi risulteranno ottimistiche.
Si preannuncia bruttarella e confusa, l’apocalisse. Eppure vista da quassù – colle di Monte Leone, zona operaia di Rosmarino, un bosco fitto, il trampolino per le mountain bike che parte a un passo dalla croce – la fine del mondo non mette poi così paura. Sono le 17, è appena finito il rosario, i fedeli escono alla spicciolata dalla grotta. Myriam Corsini è una signora sulla cinquantina, non ha la faccia inquietante che è corredo d’ufficio per le veggenti. Di oscurità incipiente e del disastro che avanza inesorabile, parla con modi garbati, faccia aperta, un sorriso simpatico. Come a dire: che colpa ne ho io se l’arcangelo Gabriele prima, e i suoi diretti superiori dopo, hanno scelto me per dare al mondo la rivelazione? «Non dite che sono una guida. Uno strumento, ecco. Come tutti. La mia funzione è solo quella di trasmettere i messaggi, di dire al mondo che Gesù sta tornando per salvare il mondo dal male». La Chiesa ufficiale la pensa diversamente e i componenti del gruppo di preghiera sono stati (mica tanto) gentilmente pregati di abbandonare gli incarichi. Qualcuno era nell’ufficio pastorale, altri dirigenti dell’Azione cattolica, una nutrita rappresentanza di catechiste. Tutti fuori, ammessi alla Messa e tanto basta. Dal pulpito un sacerdote ha dato loro delle megere e delle cartomanti, giusto per chiarire le posizioni.
Ma sul colle intanto questa sorta di chiesa en plein air va prendendo forma. Le stazioni della Via crucis lungo la stradina che arriva fino in cima, croci che spuntano in ogni angolo fra i cespugli di lentischio. E poi, soprattutto, la grotta. Una galleria mineraria, l’umido che filtra dal soffitto e affiora dal pavimento in egual misura, un gelo che inchioda. Oggi c’è il pavimento coperto dal linoleum, lanterne pendono dall’alto, un gruppo elettrogeno consente di illuminare varie fila di sedie. In fondo c’è un presepe a grandezza quasi naturale dietro un cancello di legno. All’esterno, un piccolo altare, decine di statuette sacre, rosari che pendono dalla roccia, aiuole di gerani e ciclamini. La veggente, che nella sua vita precedente lavorava all’Eurallumina ed era una delle sei segretarie dell’amministratore delegato, in questa foresta è arrivata per caso. Le rivelazioni ormai andavano avanti da un pezzo, i familiari l’avevano ferocemente rampognata, i fogli dove aveva trascritto i primi messaggi erano stati distrutti. «Come mi sentivo? Impaurita. Avevo accettato tutto, anche quei pensieri che mi venivano da dentro e non sapevo come. Non voci, proprio una trasmissione di pensiero. La prima volta in un pomeriggio invernale». Gennaio 2000.
Lungo la strada si affianca un’altra signora di Carbonia, Lilly Priani, «amica da sempre». La veggente le racconta tutto: la voce, il progetto, la missione. E l’amica non le consiglia un psichiatra, non le dà della visionaria. «Le ho creduto da subito». Comincia il sodalizio: Miriam parla, Lilly scrive, e le rivelazioni crescono. Parole, disegni, preghiere. Richieste precise, dettagliate. Come la grotta, appunto. «Non sapevamo neanche dove fosse Monte Leone. Siamo venute subito, abbiamo cominciato a cercare la grotta. Eravamo come delle capre, frugavamo dentro tutti i cespugli, alla ricerca del luogo che la Madonna ci aveva indicato». Il sentiero giusto si svela con una fioritura – miracolosa, manco a dirlo – di margherite e orchidee selvatiche. Davanti c’è una selva di rovi, come nelle previsioni. Dietro, la grotta. Inizia il rito del rosario pomeridiano, alle 16 in punto di mercoledì e sabato, non si ammettono ritardi.
Partecipano alcuni sacerdoti. «Don Alfredo Tocco, parroco vicino al quale siamo cresciute, ci è stato vicino. Ha benedetto il colle, la grotta, ha celebrato diverse funzioni. Fra l’altro è un esorcista. Mi ha esaminato per tanto tempo, era presente quando io comunicavo le rivelazioni. Se questi messaggi non sono di Gesù, mi diceva, vuol dire che Satana si è convertito». Le novità fioccano, neanche il sito internet www.colledelbuonpastore.it riesce a contenerle tutte. La pubblicistica è rigogliosa, due tomi già pubblicati, altri in arrivo. Alla spicciolata si uniscono altre persone, tutte di formazione religiosa, donne, uomini, qualche giovane. Prima dal Sulcis, poi via via da tutta la Sardegna. Il progetto cresce, la basilica a Carbonia, la casa del povero. In testa, ovviamente, la salvezza del genere umano. Tutto in una cornice che oscilla fra la preghiera accorata sotto i pini e la preparazione rigorosa all’apocalisse ormai all’uscio.
Senonché la Chiesa inizia a prendere posizione in modo severo. Il viavai sulla collina consacrata viene vivacemente sconsigliato dai vescovi, ignorato dai parroci. In breve la folla diminuisce, i preti si dileguano. Il rosario pomeridiano però continua, un’ora al gelo, preghiere intervellate dalla voce della veggente che più volte detta messaggi in arrivo da lassù. «Ci vuole forza e coraggio per fare questa scelta, bisogna abbandonare tutto per donarsi alla missione», dice Piero Marras, un signore garbato, ex dirigente impegnato in parrocchia. Fra fanatismo e innocua contemplazione, spirito di servizio e sospetti per nulla celati, resta la testimonianza di Tarcisio Pillolla. «All’inizio la Madonna mandava anche a me diversi messaggi, mi facevano leggere le trascrizioni, ero chiamato a compiere una missione importante. Poi nei messaggi il mio nome è diventato Tarci . L’ho detto chiaro e tondo: con tutto il rispetto per chi me lo manda, questo tono mi sembra un po’ troppo confidenziale».
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